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La disputa fra Uto Ughi e
Giovanni Allevi


Finalmente un’ampia discussione su un tema musicale che non interseca uggiose beghe politiche, metafisiche giudiziarie e cronaca nera. Si può davvero credere che la cultura intrighi i cittadini di questo Paese? Si stenta a crederlo. Ma la recente e pervasiva disputa che vede contrapposti Uto Ughi e Giovanni Allevi - e uno stuolo di sostenitori - evoca favorevoli presagi. Qualunque sia l’opinione dei contendenti la polemica verte sui giudizi estetici, per vivaci che siano. Permane la gioiosa sorpresa. Si vociferava che fossimo un popolo di santi e di briganti. D’improvviso ci si scopre esteti.
Stupirsi del successo di Giovanni Allevi appare una ingenuità e ingenuo sembrerebbe scandalizzarsi dell’invito senatoriale. Non è dato ignorare che i cittadini di questo amato Paese, la sua classe dirigente e politica sono mediamente e musicalmente analfabeti anche quando ascoltano musica d’arte. I musicisti sono così rari  che il dichiararsi tali stupisce l’interlocutore. Essere musicista non significa praticare l’astinenza dal leggere e dallo scrivere: dall’essere cioè uomini di cultura Ma quanti analfabeti musicali vanta la popolazione e la sua classe dirigente. Si è mai letto il nome di un musicista nel CdA di una banca o di una azienda. Generalmente vi entrano i politici, notoriamente tuttologi. Si leggono invece i nomi di imprenditori, finanzieri, avvocati, medici (tutti notoriamente musicisti) nei CdA delle istituzioni musicali. Possibile che non esista un musicista che possa occuparsi degnamente d’istituzioni non musicali? Il musicista, ancorché dilettante (nobilissima e rara condizione), non è tale per la dotazione delle orecchie - delle quali tutta la popolazione dispone - ma per la facoltà di elaborare musicalmente gli stimoli uditivi che attraverso le orecchie gli pervengono.
Giovanni Allevi replica additando i suoi detrattori come appartenenti ad una Casta. La recentissima accezione della parola Casta evoca beneficiari di discutibili prebende che con parole meno caute si direbbero praticanti l’esecrabile ladrocinio. Se il giovane Giovanni Allevi si fosse documentato sul reddito medio della Casta dei musicisti avversari della sua musica avrebbe notato che una corretta aggiudicazione sarebbe stata quella di Intoccabili, secondo il codice induista. Se il Denaro fosse un valore (lo è a tal punto da funzionare meglio del Viagra visti gli accoppiamenti disomogenei per reddito ed età) e il possederne poco un disvalore avrebbe potuto impietosamente ma congruamente definirci Intoccabili.
Giovanni Allevi ha praticato un serio apprendistato proprio in uno dei Conservatorii dove taluni insipienti localizzano la sede della Casta. I condiscepoli lo ricordano capace e dotato. Ciò che si “intrasente” nella sua musica lo conferma. Ma l’artigianato e l’arte da lui appresa è stata da lui stesso sospinta verso una scipitezza tale che l’invidia per il suo successo (farisaico sarebbe non ammetterlo) è largamente superata dalla deprimente pochezza che ci toccherebbe proporre per emularne l’esito. Il brodo musicale che offre ai suoi commensali è talmente annacquato da porre problemi di gusto (aporia si direbbe in filosofia) a coloro che si siedono alla sua tavola. Chi dispone invece di efficienti papille gustative ha difficoltà a riconoscere la brodaglia come brodo e l’assimila all’acqua sporca. Sono anche certo che i suoi estimatori considerano quella brodaglia alta cucina. Non è questione di orecchie ma di cultura musicale. Se non si ha difficoltà alcuna ad invidiare il successo di Giovanni Allevi se ne hanno molte nel valutarne il “prezzo” da lui “pagato”. La denigrazione se non annichilazione della musica, ancorché beatificata, non è fardello lieve per le spalle di chi della musica conosce altri versanti. Si badi che la parola musica non è stata scritta con la M maiuscola. La buona musica alligna ovunque, a prescindere dai generi. Ma se in una musica si percepiscono calpestate tracce della grande musica l’operazione calpestativa suscita raccapriccio anche in presenza della buona fede. Buona fede che potrebbe non sussistere stante l’apprendistato di Giovanni Allevi. Diversamente da alcuni inseguitori musicali del successo che non hanno mai ascoltato i grandi musicisti lui lo ha fatto e si sente. Ma si sente anche la corruzione linguistica di ciò che gli è noto. E dubito che si sia così opacizzato da non riconoscere la sua musica come qualitativamente e linguisticamente divergente dall’altra: e non in termini di generi. La sua musica replica l’ “eloquio” di tribù giovanili che si dicono continuamente vittime di “didimoclasti”. Usano un gergo ridotto a miserrimi e pochi stilemi che offendono l’estetica piuttosto che l’etica. Arrivederci di Bindi è una bella canzone e in quanto tale amabile. La musica di Giovanni Allevi, orpellata di rimandi a ciò che anche lui si presume ami, lambisce la pornofonia: duole dirlo di chi si è allegramente sviato.
Non ce l’ho con la persona di Giovanni Allegri: simpatica ed estroversa. Amerei incontrarlo e dialogare con lui, come amici in musica. In quanto “privilegiato” appartenente alla spregiata Casta gli auguro di ravvedersi musicalmente e di produrre ciò che presagisco potrebbe, se non fuorviato. Parafrasando una memorabile frase penso e scrivo: “perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.
Una nota di costume: mi chiedo perché stigmatizzare Giovanni Allevi che vende un prodotto di così largo consumo e non i suoi patetici consumatori. Lui obbedisce alle leggi di mercato. La saggezza del detto “non di solo pane (leggi: denaro e successo) si vive”  non è bandita dal vituperato mercato. Lo arrichisce anzi. Gli elettori hanno gli eletti che si meritano. Così i consumatori.
Non animato da protervia, enuncio questa avventata profezia: il virtuale musicista Giovanni Allevi vale più della musica che ci fa udire. Sia generoso e pietoso con sé stesso: non si sacrifichi sull’altare del consenso. Uomini turpi ebbero più consenso di lui al punto di trascinare popoli nella programmazione dello sterminio di altri uomini. Non ne conserviamo grata e tenera memoria. Ho fiducia in Giovanni Allevi: non in quello che odo attualmente ma in quell’altro che amerei ascoltare in futuro. E non per arruolarlo nella Casta ma per affratellarlo nell’amore per la musica. E di musica se ne ama una sola: la bella musica. Può capitare di scordarsene, obnubilati da tante droghe in circolazione.
Davide Anzaghi