CODICI
MUSICALI:
la tonalità, ultimo codice
socialmente condiviso;
codici successivi non tonali,
socialmente non condivisi.
(Appunti per una lezione
tenuta al Politecnico di Milano-Bovisa il 19.4.2002, durante
un Master in e-design. Il presente testo – consegnato
a ignari ma curiosi studenti - persegue una semplice strategia
divulgativa. Considerazioni meno ovvie furono affidate al
dialogo con gli studenti, e non sono qui leggibili.)
A. Schoenberg: schema speculare
Premessa.
Nell’ambito della
musica colta occidentale e a decorrere dall’inizio del
Novecento si produsse, per la prima volta, una divaricazione
fra compositori e fruitori della loro musica. Le cause di questo
divergere dei contraenti di un rapporto prima saldo e felice
furono molteplici. In questa sede non ci si occuperà
della componente sociale o sociologica di quella divaricazione.
L’attenzione sarà posta soltanto sulla crisi della
tonalità - ultimo codice socialmente partecipato - e
sulla conseguente adozione di codici non tonali (o extratonali),
privi di condivisione sociale. I quali, proprio perché
socialmente non diffusi, generarono un inevitabile allontanamento
della comunità dei fruitori da quella dei compositori.
Incapaci di riconoscersi nei codici non tonali gli ascoltatori
regredirono alle stagioni note della tradizione tonale e preferirono
“riconoscere” piuttosto che “conoscere”.
Il rigetto delle opere scaturite da codici ignoti fu determinato
anche dalla presenza in quelle opere di tecniche compositive
tendenti al diniego dell’ascolto. L’attitudine di
molti compositori ad adottare soluzioni linguistiche esoteriche
fu incoraggiata dalla negligenza degli ascoltatori per tutto
ciò che suonasse nuovo: a prescindere dalla qualità
della novità. Occorre infine richiamare l’attenzione
su una condizione linguistica imprescindibile: non si dà
esito estetico significativo in assenza di una grammatica. I
compositori che abbandonarono la grammatica tonale dovettero
darsene una sostitutiva. L’ineluttabile ignoranza sociale
delle grammatiche di nuova adozione e la loro babelica proliferazione
resero inattingibili tutte quelle opere che postulavano una
grammatica ignota. La più sublime poesia in una lingua
sconosciuta è essa stessa inconoscibile.
Fra compositori dediti a codici
extratonali, non condivisi, e il pubblico si determinò
una condizione di reciproca disconferma che non cessa –
neppure ora - di produrre guasti. Nel corso del Novecento la
labirintica situazione non si modificò apprezzabilmente.
Soverchiata da logiche da industria culturale, la musica di
consumo adottò, banalizzandola, la tonalità. La
musica colta non tonale sopravvisse e sopravvive all’interno
di un ghetto, vivendo le proprie sperimentazioni linguistiche
con conseguente, disperante solipsismo. Presagi di una confluenza
dei molteplici codici extratonali verso una grammatica condivisa,
alternativa alla tonalità, sono captabili. Ma non tali
da consentire facili e sollecite soluzioni.
CODICI
NEOTONALI ED EXTRATONALI.
Una contrapposizione potrebbe
essere schematicamente posta fra codici extratonali e codici
neotonali. I primi - talora altamente formalizzati, talaltra
di natura extramusicale - sono rinvenibili nella scrittura
delle neoavanguardie degli anni Cinquanta del Novecento. I
secondi furono esemplificati soprattutto dalle poetiche neoclassiche.
Tale schematizzazione lascia però inespugnato il labirinto
che la metastasi dei codici ha smisuratamente ingigantito.
Sembrò che fra
i codici extratonali e neotonali non ci fossero che divaricazioni.
Ma entrambi additavano l’imprescindibilità di
una grammatica, senza la quale non era possibile alcuna operazione
linguistica.
Coloro che adottarono
un codice extratonale (le cosiddette avanguardie e neoavanguardie)
sentirono esaurito quello tonale e concorsero - forse - alla
futura nascita di un codice alternativo. Verso il quale le
sperimentazioni potessero convergere, consentendone la condivisione
con una collettività non più privata di una
grammatica nota. Non considerarono prioritario il ruolo dell’ascolto
e, privi del contatto con gli ascoltatori, non si avvidero
che la loro scrittura volgeva verso soluzioni solipsistiche.
In alcuni casi essa sfociò in una radicale negazione
della musica in quanto “arte dei suoni” e dunque
dell’ascolto. Talora il rifiuto collettivo del codice
extratonale coinvolse in tale diniego anche opere riuscite;
talaltra la pregiudiziale simpatia per i codici extratonali
non consentì di cogliere l’inneficacia e l’asetticità
di taluni esiti.
Coloro che al contrario fecero proprio un codice neotonale
(i compositori neoclassici, neotonali, neoromantici) negarono
affidabilità a qualsiasi grammatica che non fosse quella
tonale. I più avveduti introdussero comportamenti sghembi
che segnalassero il presente ogniqualvolta un’aberrazione
linguistica deviava il corso del risaputo. Non si candidarono
certo alla solitudine e all’incomprensione e contribuirono
meno alla nascita di un codice che fosse ad un tempo nuovo
e condivisibile. Non negarono il ruolo dell’ascolto
ma talvolta la facile comprensibilità e il conseguente
apprezzamento del codice adottato consentì loro di
beneficiare della sopravvalutazione degli esiti che da quel
codice avevano sbrigativamente ottenuti
Nel corso del Novecento
e della crisi della tonalità, l’adozione da parte
dei compositori di un certo codice di organizzazione dei suoni
portò ad attribuire loro patenti di progressismo o
regressismo che abilitarono più allo scontro ideologico
che alla comprensione delle opere. Si sopravvalutò
inoltre l’importanza della stessa adozione di un codice
piuttosto di un altro. Connotare la fisionomia estetica complessiva
di un compositore è operazione più complessa
del censimento dei mezzi da quel compositore adottati. Nell’opera
confluisce una molteplicità di aspetti che va ben oltre
l’ ipotesi di organizzazione armonica dei suoni. Schönberg
è - dal punto di vista formale - talvolta molto più
“tonale” e dunque “regressivo” dello
Stravinskij “fauve”.
Sorprende
osservare che quei compositori (Boulez, Ligeti, Messiaen e
altri) i quali sperimentarono soluzioni linguistiche inattingibili
all’ascolto, una volta superata la fase del radicalismo
linguistico, seppero darci opere di altissimo valore, anche
dal punto di vista comunicativo. Chi, guidato dal “buon
senso” si tenne alla larga da perniciose avventure intellettuali
e coltivò la remunerativa pratica della “comunicazione”
e della “espressività” (cara ai compositori
della musica di “consumo”) ci ha regalato esiti
non convincenti. Fra costoro molti sono gli estimatori di
Stravinskij. Ci si chiede allora se abbiano mai letto ciò
che Stravinskij stesso scrisse a proposito della comunicazione
e della espressività?
PRESAGI DELLA CRISI
DELLA TONALITÀ. CODICI COMPOSITIVI
ALTERNATIVI.
Arnold Schönberg (1874-1951)
- compositore e teorico viennese, animatore, insieme ai discepoli
Alban Berg e Anton Webern, della Seconda Scuola Musicale di
Vienna - in un saggio dal titolo Composizione Con Dodici Note,
enunciò un codice compositivo da lui per primo sperimentato.
Più noto come Dodecafonia, fu da lui denominato “metodo
di composizione con dodici note che sono in relazione solo
l’una con l’altra”. In esso l’autore
sostenne alcune tesi qui di seguito sintetizzate.
1. Pariteticità
di tutte le dodici note della scala cromatico-atonale.
La scala cromatica, privata di qualsiasi gerarchìa
sistemica interna e nominata totale cromatico fu opposta
alla disparità delle sette note della precedente
scala diatonico-tonale, dotata di un’articolata e
immanente gerarchia.
All’interno della scala diatonico-tonale, ciascuna
delle sette note disponeva di una precisa funzione e concorreva
ad una dialettica fra tensione e distensione. Il codice
tonale, basato sui due modi maggiore e minore, destinava
infatti alle sette note di ciascun modo un’articolazione
di ruoli che metaforicamente era paragonabile a un sistema
gravitazionale con due centri principali, fra loro correlati.
Attorno ad uno di questi poli (la dominante o V grado della
scala) gravitavano tutte le funzioni armoniche e melodiche
caratterizzate da tensione. L’altro polo (la tonica
o I grado della scala) attraeva a sé tutte le tensioni
presenti nella dominante e nei gradi della scala con essa
connessi. Nelle stagioni auree della tonalità (collocabili
all’incirca fra l’inizio del Settecento e la
prima metà dell’Ottocento) esisteva una equilibrata
dialettica fra tensione e distensione.
In concomitanza dell’adozione del codice dodecafonico
(intorno al 1920), Schönberg sperimentò l’impotenza
formale e dichiarò di sentirsi smarrito nel non potersi
più avvalere delle “funzioni strutturali”
dell’armonia tonale, da lui negate. L’inettitudine
formale del metodo adottato (soggettiva o oggettiva che
fosse) sospinse il compositore in due direzioni diverse.
Seguendo la prima, verso la quale si mosse per la musica
strumentale, l’autore attuò la regressione
storica verso forme preclassiche della prima metà
del XVIII secolo. Esse risultarono arbitrariamente estrapolate
dal contesto tonale con il quale quelle forme intrattenevano
un rapporto di reciproca imprescindibilità. Seguendo
la seconda, verso la quale si orientò per la musica
vocale, ricorse all’organizzazione del testo letterario,
le cui articolazioni formali furono importate nell’architettura
musicale, incapace di trovare, almeno inizialmente, nel
codice dodecafonico le occasioni per strutturarsi autonomamente.
2 Intuizione dell’idea
di Serie.
La melodia - basata sull’articolata scala diatonico-tonale
e dotata di quei valori formali che la scala gerarchizzata
consentiva - si trasformò in Serie, basata sulla
disarticolata scala cromatico-atonale. La Serie immaginata
risultò priva di valori formali, non scaturibili
dalle dodici note indifferenziate. Ne conseguì l’annichilazione
della dimensione armonica che in virtù della sancita
pariteticità delle dodici note della scala cromatico-atonale
smarrì ogni funzionalità formale o strutturale
e divenne casuale simultaneità di suoni. Coloro che
non hanno dimestichezza con questi problemi potranno meglio
comprendere l’idea di serie rispetto a quella di melodia
pensando al significato che la parola ha nella produzione
industriale “in serie”: perdita d’individualità.
La melodia basata sul codice tonale era invece dotata di
fisionomicità che coinvolgeva l’armonia della
quale era dotata.
3 Spazializzazione
della musica.
La musica, in quanto “arte dei suoni”, si attualizza
nel tempo, nella cui dimensione si svolge l’esecuzione
e l’ascolto. Lo spazio è coinvolto soltanto
per quanto attiene la notazione musicale. Schönberg
enunciò la seguente affermazione: “Lo spazio
a due o più dimensioni nel quale sono presentate
le idee musicali è un’unità”.
In Schönberg la spazializzazione della musica fu apertamente
sancita con l’affermazione testé riportata.
Coerentemente con questa enunciazione la spazializzazione
fu perseguita riattivando antiche tecniche compositive nelle
quali le forme a “specchio” (delle quali si
dirà oltre) sostanziavano di sé la scrittura
musicale a tal punto da sospingere il segno, percepibile
nello spazio, verso una preminenza sul suono, il cui evolversi
è percepibile nel tempo.
Le
forme a specchio, di antichissima origine e caratteristiche
della scrittura contrappuntistica evoluta (sia essa del XV
e XVI secolo – esempio: Palestrina – sia del XVIII
secolo – esempio: Bach) tendono ad una intrusività
del segno il quale, quando non riscattato dalla perizia del
compositore, mortifica l’esito del comporre, inteso
come destinato primariamente all’ascolto. Le forme a
specchio si basano sul procedimento dell’imitazione:
a. per moto retto;
b. per moto contrario o inverso (o “Inversione”);
c. per moto retrogrado (o “Retrogradazione”);
d. per moto retrogrado e contrario (o
“Retrogradazione inversa”).
Nel
contrappunto cinquecentesco e settecentesco l’imitazione
per moto retto e per moto contrario consentì una riconoscibilità
(superiore o inferiore, secondo il moto adottato) di ciò
che venne imitato. La riconoscibilità fu invece radicalmente
compromessa nell’imitazione per moto retrogrado e per
moto retrogrado inverso.
Si evince che una musica
basata sull’uso sistematico di artifici contrappuntistici
che tendono a negare l’ascolto è una musica destinata
a eluderlo. Con conseguenze devastanti sul rapporto fra compositore
e suoi fruitori.
CRISI
DELLA TONALITÀ E SUO SUPERAMENTO
Ci si è soffermati a lungo
sul codice compositivo escogitato da Schönberg, giacché
da esso discesero gran parte dei codici successivi, socialmente
non condivisi. È inoltre opportuno soffermarsi sul
carattere non solo soggettivo del superamento del codice tonale.
Molti compositori lo presagirono come non più capace
di consentire una fresca invenzione. Altri compositori, oltre
a Schönberg e alla sua Scuola, captarono la necessità
di travalicare la tonalità, adottando soluzioni linguistiche
ad essa alternative.
Declino
della tonalità
Nella seconda metà dell’Ottocento
la tonalità, il codice musicale che a decorrere dal
1600 governò tutta l’esperienza della musica
colta occidentale, conobbe una progressiva crisi. Via via
che la grande stagione tonale volgeva al termine diminuiva
sensibilmente anche il numero delle composizioni scritte dai
grandi sinfonisti. Isolando la forma della Sinfonia dal contesto
della loro produzione complessiva e pur valutando la diversa
durata della loro vita e la differente ampiezza formale delle
loro opere lo storico della musica osserva una parabola discendente
che coincide con lo sviluppo della crisi tonale. Haydn (1732-1809),
Mozart (1756-1791). Beethoven (1770-1827), Schubert (1797-1828),
Dvorák (1841-1904), Mendelssohn (1809-1847), Cajkovskij (1840-1893),
Schumann (1810-1856), Brahms (1833-1897), Mahler (1860-1911)
e Stravinskij (1882-1971) composero rispettivamente 108, 52,
9, 8, 9, 5, 6, 4, 4, 9 e 2 Sinfonie Il declino quantitativo
del numero delle opere fu in parte ascrivibile alla superiore
partecipazione linguistica alla quale furono indotti i grandi
sinfonisti dal progressivo sfaldamento del codice utilizzato
e dalla necessità di porvi rimedio con impegnativi
interventi che ne impedissero la dissoluzione.

A. Beardsley: Isotta cura Tristano
Alle soglie del Novecento
il graduale disfacimento della tonalità sospinse molti
compositori a dotarsi di nuovi codici. Si è soliti
datare l’inizio di questa crisi con la composizione
del Tristano e Isotta di Richard Wagner (1813-1883) : opera
rappresentata a Monaco di Baviera il 10 giugno 1865 ma i primi
abbozzi della quale risalgono già al 1854. L’analisi
della scrittura del Tristano svela grandi sconvolgimenti linguistici.
Nell’opera citata Il sistema tonale subisce una corrosione
tale da minarne le fondamenta. Nelle stagioni auree della
tonalità esisteva un equilibrio fra tensione e distensione.
Nel Tristano questa dialettica è annichilata a favore
di un parossistico incremento della tensione e della correlata
“armonia dominantica”. A quest’ultima è
negata una “fisiologica” distensione. Le conseguenze
linguistiche furono enormi. La tonalità subì una prima destabilizzazione.
Dopo il Tristano altre
trasformazioni linguistiche concorsero ad inficiare il sistema
tonale. Compositori come Max Reger (1873-1916), Aleksander
Skrjabin (1872-1915), Gustav Mahler (1860-1911), Ferruccio
Busoni (1866-1924) e altri sperimentarono le crescenti inquietudini
che attraversavano il linguaggio musicale colto e predisposero
soluzioni diverse: tutte però orientate all’allargamento
e al superamento del codice tonale
Cromatismo
e diatonismo.
Il
prevalente e precedente diatonismo della tonalità (per
diatonismo s’intenda la preponderanza degli intervalli
di tono all’interno della scala tonale) cedette gradualmente
ma rapidamente il passo al cromatismo (per cromatismo s’intenda
la ridondanza degl’intervalli di semitono all’interno
della scala tonale) che risultò incrementato in alcuni
compositori della seconda metà dell’Ottocento.
Ma
la sospensione della tonalità non fu perseguita soltanto
con il ricorso al cromatismo. Alcuni autori adottarono soluzioni
diatoniche per superare la tonalità. Il diatonismo
esisteva prima che si affermasse la tonalità e sopravvisse
al suo declino. È rinvenibile nell’antica musica
greca, nel canto gregoriano e nel contrappunto modale del
Quattrocento e Cinquecento. Il diatonismo fu anzi presente
nell’esperienza di alcuni compositori coinvolti nella
sospensione della tonalità. Le loro armonie, private
di funzionalità architettonica, pervennero al superamento
della tonalità, senza ricorrere all’impiego del
cromatismo.
Claude
Debussy (1862-1918) è ancora percepito come il musicista
dalle eleganti aure armoniche. È fuor di dubbio che
quando la musica del francesissimo compositore risuona non
è dato sottrarsi all’eleganza del suo incedere.
Ma quell’eleganza ammanta di profumato aere una sovversione
linguistica tale da far impallidire il più scapigliato
sperimentatore d’avanguardia. Debussy immaginò
infatti una metamorfosi della dimensione armonica, sospingendo
gradualmente quest’ultima oltre la secolare funzionalità
formale. Le consentì di librarsi in un soavissimo arcobaleno
di suoni nel quale felicemente naufragò lo scorrere
prevedibile del tempo (quello degli orologi) e propiziò
l’apparizione – davvero per incanto – del
magico istante. Non a caso due sacerdoti della nuova musica
quali Olivier Messiaen e Pierre Boulez riconobbero in Debussy
il Maestro, colui che con intuitiva sapienza e magistero sommo
conciliò invenzione linguistica e grazia creativa,
sublimandole in esiti eccelsi.
Sviluppo
storico della serialità: “serializzazione integrale”.
In
concomitanza con il tramonto della tradizione compositiva
tonale, basata sul primato della melodia e dell’armonia,
acquisirono grande importanza nuove concezioni seriali secondo
le quali l’idea di serie fu estesa a tutti gli aspetti
del suono: i cosiddetti “parametri”. L’attribuzione
della mentalità seriale a Durata, Intensità
(pianissimo, piano, forte, fortissimo, ecc.) e Attacco del
suono (staccato, legato, ecc.) portò ad un’organizzazione
seriale non più limitata alle sole altezze e denominata
Serializzazione integrale.
Olivier
Messiaen (compositore francese vissuto fra il 1908 e il 1992
e maestro sia di Pierre Boulez sia di Karlheinz Stockhausen)
fra il 1949 e il 1950 compose Quattro Studi sul Ritmo, il
secondo dei quali è denominato Modi di Valore e d’Intensità.
Si tratta di una composizione nella quale la tecnica seriale,
da Schönberg applicata alle sole altezze, venne estesa
alle durate (valori) e alle intensità (forte, piano,
ecc.).
In quest’aura di radicalismo linguistico nacquero opere
come:
• Strutture I (1952) per 2 pianoforti, di Pierre Boulez
(1925);
• Klavierstücke I-IV (1952-53) per pianoforte,
di Karlheinz Stockhausen (1928).
In
queste e altre composizioni di analoga concezione la serializzazione
integrale di tutti i parametri del suono generò esiti
i quali, per la tecnica compositiva adottata, non risultarono
“ascoltabili” ma soltanto “visibili”.
In sede di ascolto queste musiche non comunicavano alcunché
che non fosse il proprio diniego dell’ascolto. Al contrario
l’analisi visiva rivelò l’alto grado di
artificio e astrattezza presente in quelle musiche. Un esempio
di quella astrattezza furono le sincronie nelle quali le dita
del pianista dovevano produrre simultanee e diverse intensità.
Il pollice di una mano suona forte, l’indice piano,
il medio fortissimo, l’anulare pianissimo e il mignolo
mezzo-forte. Le dita dell’altra mano sono anch’esse
impegnate in una prestazione analoga. Dopo pochi istanti le
due mani devono produrre una nuova sincronia per eseguire
la quale le dita del pianista saranno coinvolte in differenti
intensità rispetto a quelle della sincronia precedente.
Un’assurdità.
Il
velleitarismo degli esiti conseguiti con la serializzazione
integrale apparve tale proprio agli stessi sperimentatori
di quella serialità. L’aver sottoposto ad identico
trattamento seriale altezze, durate, intensità e attacco
dei suoni fu conseguenza di un postulato fallace: considerare
equiparabili i quattro parametri citati. Ma la radicata e
antichissima tradizione musicale occidentale aveva discriminato
l’intensità e l’attacco a tutto favore
delle altezze e delle durate. Pertanto una musica basata sulla
equiparazione di tutti i parametri del suono non poteva essere
“ascoltata” in modo congruo da chi discendeva
da una tradizione alla quale era sconosciuta ed estranea quella
equiparazione. Si rammenti che J. S. Bach (1685-1750) consegnò
tutta la sua musica ad una notazione nella quale erano sistematicamente
assenti i segni relativi all’intensità e all’attacco.
Ciò nonostante i suoi manoscritti ci pervennero pienamente
comprensibili. Non è invece noto un solo caso di compositore
occidentale che abbia notato l’intensità e l’attacco,
privando la notazione delle altezze e delle durate.
La
negazione della comunicazione come comunicazione della
negazione
La
scelta di tecniche compositive producenti esiti riottosi all’ascolto
scaturì anche dal motivato rifiuto delle ultime propaggini
di una languente tradizione operistica, gravida di una “espressività”
ormai divenuta molliccia e sudaticcia. A tal punto da indurre
alcuni compositori a optare per opere prive di alcuna connotazione
pseudo-soggettiva, per orrore di quella “espressività”.
Ben presto ci si accorse però che alla comunicazione
non ci si sottraeva neppure quando ci si determinava ad estrometterla.
Come insegnò un memorabile libro della Scuola di Palo
Alto (La pragmatica della comunicazione umana) la “negazione
della comunicazione si risolve in comunicazione della negazione”.
Tanto valeva né propiziarla né opporvisi. Ma
riappropriarsi delle vere e uniche competenze del compositore.
Fra le quali non alligna la “comunicazione” né
la sua negazione. Postulata l’impossibilità d’essere
“incomunicabili” si ritornò a quel nobile
artigianato che fece grande Bach, Mozart e altri compositori
non impegnati a comunicare a tutti i costi. Come insegnò
Stravinskij. E come fecero successivamente Berio, Boulez,
Ligeti, Messiaen.
SOLUZIONI NON SERIALI
ALLA CRISI DELLA TONALITÀ
Il ritmo.
In
concomitanza del tramonto di una tradizione compositiva basata
sul primato della melodia e dell’armonia, acquisirono
grande importanza le nuove concezioni del ritmo e il concomitante
ricorso agli strumenti a percussione. Al ritmo fu attribuita
una preminenza prima inimmaginabile. In un saggio di P. Boulez
dal titolo "Stravinskij rimane" il musicista francese
affermò che Stravinskij strutturò il ritmo analogamente
a quanto fecero con le altezze i compositori della Seconda
Scuola di Vienna.
L’attingimento
a etnie dal folclore ritmicamente nuovo, l’estensione
al ritmo di una organizzazione seriale onnipervasiva, svilupparono
- nel corso del primo Novecento - la componente percussiva
a tal punto da suscitare composizioni per soli strumenti a
percussione: tali sono Ionisation (1929-’31) di Edgar
Varèse (1883-1965), Circles (1960) di Luciano Berio
(1925-2003), Zyklus (1959-‘60) di Karlheinz Stockhausen
(1928), ecc.
Folklore.
Etnie non occidentali. Ritmi e strumenti nuovi. Il contributo
del jazz.
Il
declino del codice tonale (comunque fosse percepito) sospinse
molte poetiche occidentali del primo Novecento ad investire
attenzione e studio nella musica popolare. Una musica semplice
e autentica della quale l’industria culturale, con rapace
rapidità, fece perdere le tracce sostituendola con
quella - né semplice né autentica - di consumo.
La musica leggera, quella per gli spot pubblicitari, e molte
colonne sonore non sono popolari nel senso che tutti intendiamo.
Esse dispensano banalità la quale non caratterizza
un censo ma un modo d’essere.
Alla
fonte incontaminata del folklore musicale attinsero copiosamente
i compositori. Il musicista ungherese Béla Bartók
(1881-1945), dopo approfonditi studi etnomusicologici, s’ispirò
alla musica popolare ungherese e balcanica rivitalizzando
massimamente la propria creatività. Comportamento analogo
fu rinvenibile in un altro autore ungherese Zoltán
Kodály (1882-1967) e nel compositore ceco Leóš
Janácek (1854-1928).
La
percussione era preminente in culture e geografie non occidentali.
I complessi strumentali di Giava e di Bali, denominati gamelan,
e costituiti prevalentemente da xilofoni, gong, lastre di
metallo, campane, canne di bambù, fecero la loro apparizione
in occidente. Il gamelan - costituitosi in Oriente probabilmente
già alla fine del XIII secolo - non fu conosciuto in
Europa se non molto tardi, verso la fine dell’Ottocento.
All’Esposizione Universale di Parigi del 1889 Claude
Debussy incontrò il suono del Gamelan indonesiano e
ne fu ammaliato.
L’arte
primitiva e la sua versione africana furono sconvolgente scoperta
per le avanguardie del primo Novecento. Nell’Africa
subsahariana o “Africa nera” l’impiego degli
strumenti a percussione (soprattutto tamburi: Tamburo Africano
è il nome di un tamburo a fessura) fu sempre diffuso.
Chi ricordasse la fortunata e lunga serie di film dedicati
a Tarzan, rammenterebbe il frequente ricorso al numinoso suono
dei tamburi: un paesaggio acustico inscindibile da quello
del territorio africano. Nelle zone arabe dell’Africa
furono scoperti molti strumenti a percussione, fra i quali
erano diffusissimi i tamburi. Alcuni di questi ultimi arricchirono
l’uso colto della percussione.
La
musica popolare e la vivace dimensione ritmica che la caratterizzava
impressero una svolta all’esperienza compositiva novecentesca.
Quest’ultima fu talmente influenzata dal ritmo da convertire
in senso percussivo anche strumenti in precedenza utilizzati
per le loro valenze armoniche e cantabili. Questa metamorfosi
è testimoniata dalla trasformazione subìta dal
più prestigioso strumento ottocentesco: il pianoforte.
L’uso percussivo che il Novecento fece di questo strumento
lo sospinse a divenire componente non solistico dell’orchestra,
apparentato più con il settore della percussione che
con altri della compagine orchestrale. In Petrouschka (Parigi
13 giugno 1911) di Igor Stravinskij (1882-1971) il pianoforte,
presente come strumento dell’orchestra, diede un apporto
decisivo alla scansione di icastici ritmi.
Sia i compositori influenzati dal pensiero seriale (Pierre
Boulez, György Ligeti, Karlheinz Stockhausen, ecc.) sia
quelli di più pragmatico orientamento (Béla
Bartók, Sergej Prokof’ev, Igor Stravinskij, Paul
Hindemith, ecc.) attuarono una radicale rivalutazione del
ritmo. In questa prospettiva sorsero complessi costituiti
di soli strumenti a percussione quali I percussionisti di
Strasburgo e il Percussion Ensemble di Londra.
Al
ritmo è legato il jazz che di ritmo è sostanziato.
Al ritmo e al jazz è strettamente connessa la rivalutazione
degli strumenti a percussione. Il jazz l’utilizza anche
in piccole formazioni: trio, quartetto, quintetto, ecc. Gli
organici cameristici sette-ottocenteschi della musica colta
occidentale esclusero sempre la percussione. I piccoli organici
jazzistici la includono sistematicamente. Tale inclusione
attesta quanta importanza il jazz attribuisca agli strumenti
a percussione e al ritmo al quale essi rimandano.
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