Che
fine ha fatto la Soggettività?
(articolo apparso
sulla rivista KILIAGONO) Rorschach: immagine di un test
Quella
soggettività che i molti slogan industriali evocano
- quando affermano che il prodotto x può essere “personalizzato”
- è un sosia rassicurante inviato fra la gente per
impedirle di interrogarsi sulla scomparsa di un’altra
soggettività, ben diversamente caratterizzata e appagante.
Ma la ottundente presenza della prima addita l’assenza
della seconda. Non occorre condividere le tesi sociologiche
di Adorno o Marcuse per percepire la contraddizione fra la
sedicente possibilità di personalizzare qualcosa e
la natura spersonalizzata del qualcosa. In tale misero conto
è tenuta la persona che dovrebbe bastare un ghirigoro
o una sigla a soddisfarne le aspirazioni. Così si vorrebbe.
Immersi
in una realtà che per replicarsi deve continuamente
perseguire l’obliterazione del Soggetto, è facile
perdere il contatto con la propria soggettività giungendo
al punto di non sapere più che cosa essa sia, sospinta
com’è a divenire quello che si vuole che sia.
Tanto varrebbe opporsi alla finzione di essere soggettivamente
liberi e rinchiudersi in una prigione: in tal modo si vedrebbero
meglio i confini della propria libertà. Fuori non si
vedono quelli della prigionia.
Da
queste premesse si accede, attraverso pervio e consequenziale
itinerario, ad una poetica della soggettività imprigionata.
Adottarla significa eludere ogni impulso proveniente da istanze
per nulla soggettive ma in tutto soggette alla logica del
marketing: capace di contrabbandare condizionamento per spontaneità,
scrosci di banalità per flussi ideativi, spudoratezza
per urgenza espressiva, coartazione per libertà. Meglio
impedire di agire a siffatta soggettività e rinchiuderla
in quelle prigioni che il presago Piranesi chiamò Carceri
d’Invenzione. Occorrerà tenercela - eventualmente
a lungo - fintanto che non abbia ritrovato la propria autenticità.
Nel buio delle segrete del Castello, sul cui ingresso è
leggibile un’ingannevole epigrafe inneggiante alla libertà,
possono prodursi salutari cambiamenti. Sia pure a prezzo della
reclusione.
Nella
concreta prassi compositiva si potrebbe operare così:
ordire le prime trame della scrittura, ricorrendo ad un codice
fortemente formalizzato, basato - per esempio - su vincolanti
rapporti numerici istituibili fra i suoni. Una prigione volontaria
e metaforica. L’adozione di un codice restrittivo potrebbe
così diventare occasione preziosa per ritrovare, grazie
ad esso, una vera soggettività compositiva. Come? Al
numero e al suo intrusivo pervadere le trame del comporre
sarebbe demandato il compito, storicamente provvisorio, di
produrre forme intermedie e paradossali, tanto imprevedibili
quanto gravide di virtualità immaginifiche per la propria
reattività. Dalla coniugazione degli esiti di una logica
aliena (tale sarebbe quella numerica) con una emotività
costretta a reagire a stimoli incontaminati da qualsiasi interferenza
pseudosoggettiva, un’autentica soggettività apprenderebbe
a leggere le peculiarità del proprio reagire, a riconoscere
la fisionomia del proprio Sé. Non schiacciata dalla
pressione delle strategie consumistiche Il Soggetto si riapproprierebbe
del governo dei processi compositivi senza più timore
di mimare, inconsapevolmente, le “personalizzazioni”
care alle tattiche del mercimonio.
Nel
modo anzidetto si è orientata la mia attività
compositiva: a decorrere dal 1984.
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