| RITURGìA
DI MILANO
Oratorio per voci recitanti, coro e strumenti
(Fl., Ob., Cl., Fg., Cor., Tr., Pf., 1 Perc., 2 V., 2 Ve.,
2 Vc., Cb.).
su inni di S. Ambrogio
durata: non ancora stimata
anno di composizione: 1994
dedicato a S. Ambrogio
I esecuzione: Milano, Basilica di S. Ambrogio, 2.12.1994
voci recitanti. G. Lazzarini, G. C. Dettori, S. Grandis
Divertimento Ensemble e Camerata Polifonica di Milano. dir:
F. Dorsi
opera di proprietà dell’autore
(le parti sono disponibili a noleggio;
esiste una registrazione live
OPERA DEPOSITATA ALLA SIAE

Da sinistra a destra: Giulia Lazzarini, Giancarlo Dettori, Davide Anzaghi e Fabrizio Dorsi durante le prove di Riturgia
Di Riturgìa di Milano Quirino
Principe ha scritto:
«È incerto se esista
la fisionomia personale di un luogo, tale da imprimere un
comune sigillo sulla musica dei compositori che lo abitano.
Se esiste, quella fisionomia non ha nulla di fisico, e neppure
di umorale: è la sintesi di consanguineità intellettuali,
e lo spazio che la accoglie è un "luogo della
mente", secondo un'espressione cara a Davide Anzaghi
che la usò per il titolo di una sua opera teatrale.
Di questo luogo mentale, il compositore restituisce all'ascolto
in forme personalissime le singolari caratteristiche musicali.
Se il luogo è Milano, senza dubbio Davide Anzaghi,
che a Milano è nato domenica 29 novembre 1936 (la prima
domenica d'Avvento, secondo il calendario di quell'anno!),
grazie al proprio carattere inventivo è il più
milanese fra i compositori oggi attivi in questa città,
siano essi nati all'ombra di Sant'Ambrogio e della Pusterla,
o siano essi trapiantati e acclimatati. Ciò è
vero non soltanto per l'ascendenza, essendo gli Anzaghi una
di quelle dinastie nobili della musica (come i Farina a Pavia,
per intenderci) che spesso appaiono rubricate sui dizionari,
ed essendo suo padre il celebre e milanesissimo Luigi Oreste
Anzaghi (1903 - 1963) ben noto a tutti gli studenti di musica
di questa e di altre aree. Non soltanto per questo. La sua
milanesità è autentica proprio perché
egli ripete in maniera originale ciò che distingue
le grandi figure della musica attive a Milano in questo secolo:
la disciplina trasparente che serve a costruire opere complesse,
al limite dell'intellettualismo, e una passione fisica per
il suono tradotta in nobile edonismo. L'arte non esige, oggi,
la riscoperta della passione e della serietà? È
possibile che anche gli artisti, come le croniste di eventi
mondani, continuino a ridacchiare allusivamente e a non dire
mai le parole autentiche e magari segrete? C'è un aggettivo
che viene a indicare l'elemento agente in nobile dialettica
con la severità intellettuale di Anzaghi, e siamo un
po' restii ad usarlo poiché se ne è fatto abuso,
ma comunque non ne conosciamo uno più adatto. L'aggettivo
è "materico": Anzaghi è un musicista
che crede nella materia: nella materia del suono, certo, che
tuttavia rappresenta e simboleggia il mondo materiale con
le sue bellezze, la scala d'accesso alla grande architettura.
Come suona la formula sublime dell'abate Suger de Saint-Denis,
"mens hebes ad verum per materialia surgit". È
grazie al linguaggio musicale di compositori come Anzaghi
che una traccia della Milano ambrosiana riemerge nella musica
nata a Milano in questa caotica fin-de siècle.
Una vera architettura è infatti il nuovo lavoro di
Anzaghi, Riturgia di Milano per voci recitanti, strumenti
e coro, che viene offerta al pubblico di Milano in prima esecuzione
assoluta nella Basilica di S. Ambrogio venerdì 2 dicembre
1994; coincidenza forse non fortuita, poiché il giorno
cade in una settimana inaugurata dalla prima domenica d'Avvento,
la mansion liturgica in cui Anzaghi è nato. A parte
il titolo, che con una variazione lievissima nel fonema iniziale
ma forte nella semantica richiama la liturgia, è evidente
fin dal primo sguardo che la nuova composizione di Anzaghi
(del resto anticipata nell'intitolazione da un altro suo lavoro,
Ritografia per pianoforte del 1971) nasce e prende forma come
ispirazione sacra di un musicista che tuttavia non si colloca
in un canone liturgico ufficiale. D'altra parte, se è
vero com'è vero che la musica sacra è oggi il
vero punctum dolens dell'invenzione musicale militante (poiché
non c'è il contesto, in una cultura interamente secolarizzata
in cui anche i principi della Chiesa trasmettono i loro messaggi
attraverso il mezzo secolarizzato per eccellenza quale è
la televisione...) crediamo che soltanto forme tanto nuove
("novurgia") quanto eterodosse possano ridare vita
al sacro nell'arte. Un'osservazione ancor più radicale:
dopo generazioni di musicisti "inorganici", il fatto
stesso di ideare una composizione architettonica, in cui la
fede sia preliminarmente fede nel costruire musica, non nel
riprodurre la cosiddetta "crisi", è già
una realizzazione del sacro.
L'architettura? Evidente. Due pilastri agli estremi, il Preludio
per clarinetto e archi e il Posludio per pianoforte e 14 strumenti
(che sono i quattro legni fondamentali con un orientamento
dell'ultimo verso il registro più grave, ossia flauto,
oboe, clarinetto e fagotto, più un corno e una tromba,
2 violini, 2 viole, 2 violoncelli e contrabbasso). La solennità
meditativa dei due estremi è sottolineata dal tempo
non veloce che essi hanno in comune (più lento il Posludio,
e questo è significativo nella concezione di Anzaghi:
la finis temporum è "rallentata", in attesa
di un compimento), ma il colore strumentale è diversissimo:
è come se uno dei due pilastri fosse volto a occidente
nell'ora del tramonto e indorato dal sole, e l'altro, volto
a oriente, già riflettesse la smorta luce grigioazzurra
di un cielo quasi notturno. La simmetria è confermata
dall'alternarsi, all'interno della composizione, delle recitationes
sine musica, delle sezioni di musica con recitazione sovrapposta,
delle sezioni esclusivamente strumentali.
Tale alternanza suggerisce una seria di piani verticalmente
disposti: una "terra desolata" (il riferimento a
T. S. Eliot non è casuale) senza musica, corrispondente
al pianeta senz'acqua del poeta anglo-americano; un lontano
apparire di doni spirituali ma ancora una lontananza tra il
mondo arido e la meta dell'anima; l'unione di terra e spirito
nella musica che assorbe la parola trasfigurandola in puro
suono. C'è un'altra linea che prevede elementi in progressione
di intensità, e questa volta non si tratta di piani
sovrapposti, ma di una collocazione orizzontale di zone l'una
accanto all'altra: il recitare in lingua italiana, il recitare
in latino del coro (ciò che implica una gradazione
d'intensità poetica), e finalmente la musica che costituisce
il massimo di questa gradazione "linguistica". Le
due alternanze descritte, l'una verticale e l'altra orizzontale,
s'intersecano idealmente, e ci piace pensare alla figura di
croce che ne deriva.
La struttura architettonica è integrata da un elemento
solo in apparenza asimmetrico: la recitatio prima sine musica
che apre l'intera composizione e si colloca anteriormente
al Preludio. Non la vediamo come un elemento architettonico
irregolare e laterale rispetto al primo pilastro, ma piuttosto
come una gradinata d'accesso. Una gradinata, poiché
le quattro quartine del testo ambrosiano si replicano quasi
a canone (se ci è concessa l'analogia con il procedimento
canonico in musica), in quanto il testo in traduzione italiana
detto dal recitante solista si aggancia al teso latino recitato
sommessamente dal coro nel momento in cui esso comincia di
nuovo.
Non sappiamo se per una deliberata analogia di relazioni estetiche
o se per immediata affinità di linguaggi, la scrittura
musicale di Riturgia di Milano adotta stilemi che si adattano
senza sforzo alla natura poetica del testo, fiorito nella
cultura d'Occidente tra la tarda antichità romana e
il nascente medioevo barbarico, tra l'era degli alabastri
ravennati e quella gotica della pietra e del ferro. Un'iridescenza
alabastrina è suggerita dalla recitazione con musica
In aurora, grazie alle figurazioni della scrittura pianistica
alternante arpeggi e bassi albertini e incrociata con analoghe
figurazioni del vibrafono. Citiamo ancora soltanto il Preludio
strumentale, a titolo d'esempio, per sottolineare come il
progressivo "sfoltimento" del suono conduca da una
scrittura ispirata all'horror vacui (il quintetto d'archi
organizzato a gruppi di biscrome ora in moto retto ora in
moto contrario) si dilati in una sorta di campo aperto, con
le due solitudini del clarinetto e del contrabbasso agli estremi».
Di Riturgìa di Milano l’Avvenire
(a firma D. Rig.) ha scritto il 4.12.1994:
«”Splendor paternae gloriae,
de luce lumen proferens”. È tempo d'Avvento.
C'è bisogno di una parola che ci tocchi il.cuore. C'è
bisogno di una musica che ci scenda nell'anima. Eccole per
una sera ritrovate nella basilica principe, nella chiesa più
amata da tutti i milanesi. In Sant'Ambrogio, si “quello
vecchio” ma non più “fuori di mano”.
Nulla può riscaldare lo spirito e la mente che riascoltare,
sollecitati dalla musica, quegli inni stessi che uscirono
dalla penna e dal cuore del grande vescovo. I più mirabili.
I più noti e quelli meno conosciuti. In aurora. In
nocte natalis Domini. Salgono le doppie voci del coro maschile
e femminile, sale la voce dolce e soave di Giulia Lazzarini,
sale la voce fiera e nobile di Giancarlo Dettori e una dolce
beatitudine scende nell'ascoltatore. Gli Inni di sant'Ambrogio,
è stato detto esemplarmente, furono il cantico della
sua comunità. Per una sera possono, anzi sembrano,
ridiventare il canto di un'altra comunità, la nostra,
avviata verso il terzo millennio. Danno speranza e consolazione.
“Fides calore ferveat, fraudis venena nescit”.
E calore e speranza pare di trovare dentro le note caste e
vividissime della felicissima composizione dovuta al maestro
Davide Anzaghi. Con un termine che forse sarebbe piaciuto
anche a Giovanni Testori e così a padre David Maria
Turoldo, l'autore ha voluto definirla Riturgia».
Di Riturgìa di Milano Angelo
Foletto ha scritto su La Repubblica del 4.12.1994:
«Il titolo è una dichiarazione.
Equivoca ma precisa. Riturgia profuma di rito e liturgia:
ancor più quando la celebrazione è ospitata
sotto le volte monumentali della Basilica di Sant'Ambrogio
che restituisce in fascino antico quel che si prende in resa
acustica. Riturgia per voci recitanti, coro e strumenti (su
Inni di Sant'Ambrogio) di Davide Anzaghi ha segnato l'altra
sera con solennità la conclusione della prima edizione
del programma “L'Europa dei compositori”, ideato
da Novurgia, la più recente associazione per la musica
contemporanea.
La partitura, in prima assoluta, combina materiali musicali
e modi esecutivi eterogenei. Elemento unificante dell'ampio
lavoro è la scelta testuale di versetti tratti dalla
liturgia ambrosiana - di cui vengono anche citati un paio
di stralcì vocali - interpretati con gesti musicali
e drammatico-espressivi diversi. A metà strada tra
una meditazione sacrale e la logica “rappresentativa”.
Anzaghi ordina le strofe secondo un'alternanza di numeri di
pura recitazione - in parte affidata a una voce fuori campo
(Sonia Grandis) priva di sostegno musicale, in parte alla
lettura musicalmente misurata o liberamente partecipe di due
attori (Giancarlo Dettori e Giulia Lazzarini) collocati al
centro dell'orchestra - farciti da quattro Interludi, un Preludio
e un Posludio assegnati agli strumenti soli. Il tracciato
sonoro vagamente quaresimale inizia con la voce sola, cui
succede, il disegno frammentato e percorso da arcaismi armonici
degli archi; sulla loro progressiva animazione irrompe il
clarinetto solo. A specchio, il finale di Riturgia è
un'ampia pagina per pianoforte solo e strumenti (col vibrafono
in evidenza solistica) che ripropone schegge di quel sospeso
movimento d'avvio. Nelle strofe con testo, Anzaghi mescola
recitazione pura, declamazione collettiva dei coro (la Camerata
Polifonica di Milano) e vaghi sostegni strumentali a mo' di
ingenuo commento illustrativo. Funzione non dissimile ma meno
didascalica, compiono i numeri solistici che ricreano un'atmosfera
ingenuamente beata. La brillante lettura del Divertimento
Ensemble diretto da Fabrizio Dorsi dava sostanza persuasiva
alla scrittura d'autore: vivida ancorché attestata
su atteggiamenti linguistici colloquiali più che misteriosamente
sacrali».
Di Riturgìa di Milano Paolo
Tarallo ha scritto su Il Corriere della Sera del 4.12.1994:
«In pieno Avvento sono risuonate
l'altra sera, tra le antiche volte della Basilica di Sant'Ambrogio,
le suggestive musiche di Riturgia scritta per voci recitanti,
coro e strumenti da Davide Anzaghi ed eseguite in prima assoluta
nell'ambito della rassegna musicale “Novurgia”.
La grande chiesa ambrosiana non poteva non essere la sede
naturale di quest'opera, il cui ordito è stato tessuto
utilizzando numerosi frammenti degli inni che Ambrogio stesso
ideò e scrisse sedici secoli or sono, allorquando seppe
infondere nuova vita a una forma di canto sacro che, nato
nella lontana Siria, solo qui poté essere definitivamente
consegnato al comune uso liturgico, come con emozione testimonia
Sant'Agostino nel capitolo IX delle Confessioni.
L'architettura di Riturgia poggia fondamentalmente sul contrappunto
tra voci recitanti e coro, le une declamanti la versione italiana
degli inni, l'altro quella originale in latino; fra queste
sono state inserite otto “Recitationes”, affidate
a una voce fuori campo, e quattro Interludi: il tutto racchiuso
tra un Preludio e un Postludio strumentali. Il meccanismo
regolante la successione di ogni parte si è dimostrato
fluido e il lavoro ha così assunto la pacata e naturale
compostezza di un'azione rituale.
Anzaghi ha voluto che la musica scorresse incessantemente
attraverso tutta l'opera al cui interno anche le voci hanno
giocato un importante ruolo timbrico, qui esaltato dalla preziosa
dizione di Giulia Lazzarini e Giancarlo Dettori (brava anche
Sonia Grandis, efficace voce fuori campo).
Fabrizio Dorsi ha diretto con perizia la Camerata Polifonica
di Milano e i quattordici componenti del “Divertmento
Ensemble”, ora facendo emergere gli strumenti negli
importanti interventi solistici, ora costringendoli, sotto
le voci, ad amalgamarsi in neutre macchie sonore che, come
piatti metallici, hanno contenuto e preservato il fascino
senza tempo dei testi ambrosiani.
Un pubblico raccolto ha riservato numerosi applausi al compositore
visibilmente soddisfatto».
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