DA IL LUOGO
DELLA MENTE
Soggetto e libretto di Davide Anzaghi SCENA
PRIMA: notturno
(il sipario si alza poco dopo l'inizio del Preludio).
Di una notte inoltrata volgono le ore
più tacite. Sul giardino che cinge una villa è
a mala pena soffuso il cereo chiarore degli astri, i quali
vanno ammantando dei loro influssi la chioma degli alberi
e la casa buia fra essi coricata e incerta. Col fluire della
notte verso più chiare stelle, il firmamento si riflette
sulle grandi vetrate della villa e discopre il lato della
casa in cui si apre una camera coniugale, affacciata sul giardino:
la separa dal parco la sola e limpida superficie delle vetrate.
Sulle quali gl'insidiosi astri pervengono infine a mostrarsi:
simili ad antiche comete, il loro auspice passaggio costella
il delimitato cielo che le invetriate contemplano, specchi
d'insondabili congiunzioni.
L'interno della villa diviene progressivamente discernibile.
Resa visibile da più lucifere stelle il cui brillìo
s'insinua, nivale e gelido, sino a più reconditi spazi
della dimora interiore, la camera da letto si offre allo Sguardo,
il quale giunge ora a svelare i penetrali della stanza, immersa
nel silenzio e nella penombra celesti: una coppia vi dorme
un sonno profondo.
Si odono le arcane parole di un sogno.
LA VOCE DELLA DONNA
(diffusa da un luogo diverso rispetto alla figura addormentata)
Sogno: è giorno, d'autunno e livido
e d'astri e d'ore e suoni esausto:
un giorno che avverto già stato
un tempo... e il Tempo ora qui torna.
recando in sogno il caso strano:
dinnanzi ad un giardino stavo
e pallide forme di alberi
nella nebbia guardavo struggersi
e oppresso sentivo quel posto...
In piedi, accanto alla finestra,
mi stordiva a lungo un impulso:
perdermi...laggiù... fra la bruma...
Incerta se quel luogo noto
fosse reale e nella veglia
(ma intorno era nebbia e silenzio)
o se a mostrarsi fosse un sogno
(ch'io addormentata facevo?
che altri stava forse sognando?)
fissavo l'uggioso giardino
del tutto incapace di muovermi...
Su tutto pesava un presagio
(ma quale non so ricordare):
...qualcosa, qualcuno sembrava
volesse condurmi lontano:
là, dov'è il Luogo della Mente.
INTERLUDIO ORCHESTRALE
(in coincidenza del cambiamento di scena)
SCENA SECONDA : il sogno.
Nella grande biblioteca della villa.
È giorno: d'autunno avanzato. Una luce eterea affluisce,
penetrando da un chiuso finestrone. Accanto al quale in piedi,
una delicata figura di donna contempla, immota e intensamente
assorta, uno scorcio del grande giardino autunnale. La trasparenza
dei vetri quantunque non velata dai tendaggi, raccolti in
drappeggio ai lati della finestra rivela a stento gli alberi
lugubri del parco, dall'autunno immersi in una fitta nebbia
mattinale, aleggiante cospicua attorno alla villa.
Nella biblioteca l'immobilità colma lo spazio: in una
luce presaga ogni cosa è ferma nell'attimo in cui il
volgere del tempo si è arrestato. Fuori, la nebbia
assedia la casa. Adagiati sul pavimento crateri e anfore,
di piante e fiori saturi, arredano gli spazi vuoti con la
plenitudine del loro rigoglio. Ovunque, nella eterogenea e
minuziosa serra, la profusa vegetazione domestica si effonde
in variopinte inflorescenze: vivide, contendono la biblioteca
allo scialbore di uno strano giorno d'autunno.
Dalla nicchia del finestrone, assillato dalla nebbia, incerta
della propria realtà, la figura di una donna si discosta
per inoltrarsi in un tempo restìo. Nebbioso, ancora
s'affaccia equorea, sommersa apparizione il mutevole giardino:
dai vetri della biblioteca traspare, quasi fluisse.
Eseguendo piccoli gesti rituali, il personaggio della donna
attende alle cure e alla disposizione dei fiori nella biblioteca.
Tiene in mano una cesoia.
LA DONNA
Dei fiori in divenire
serbo questi… e quelli
che autunno esterno guarda
oggi estatico effondersi;
degli altri, non più vividi,
(ma ieri erano belli!)
cessato è il tempo e l'essere:
non resta che reciderli.
non resta che gettarli.
Ella trattiene poi nelle sue mani i
fiori tronchi che la cesoia fa cadere copiosi prima di deporli
in un bacile. Sollevando il recipiente ormai zeppo di fiori
recisi, la donna scorge una lettera, diretta al marito e ancora
chiusa.
Sotto i fiori e in oblio una lettera giace
che chiusa e a lui diretta nell'ombra aspettava:
nivea e strania è la busta e il nome di lui scritto
con bella grafia, serenissima e antica,
che usata avrebbe un tempo un apatico scriba:
non appare un mittente e manca ogni altro
segno
che alluda a cose e luoghi noti... e non al Vuoto.
Stilerebbe così il nome, una mano viva?
Eppure questa busta ho già vista: magari
frammessa alla posta che ogni giorno riceve...
L'intero enigma è forse... una lettera anonima?
Colpita da questo improvviso pensiero
e nel panico reattivo che esso accende, la donna si lascia
sfuggire di mano la lettera, che cade in un ampio vaso di
giunchiglie, colmo d'acqua e adiacente. Ancorché subito
riafferrato. il plico s'intride dell'acqua dei fiori.
...non tornerà più quella...
Non tornerai più quella, serena scrittura,
che una vampa di panico ha spinto tra i fiori,
ove acqua estatica di candide giunchiglie
con rapido gorgo ha sommerso e sfatto sùbito…
Trepide mani, l'alea v'indusse a sbagliare,
non io: se potessi revocare il tempo,
salde farei che foste e lungi dai narcisi.
Ma il caso vi ha involte: quietatevi e ascoltatemi:
potrei, soave, dirgli "la malasorte è stata
a sciupare il piego, non io violai la lettera";
ma desta dubbio il fradicio plico: d'essere
spiato, e da me ch'egli vuol certo via da insidie!
Dunque: stracciare il plico e non fare parola...
Persa è ormai la lettera e sol'essa direbbe
se intrigo incombe ed io saprei…come aiutarlo...
(Apre la lettera: ne legge in silenzio
un frammento. Poi altri, ad alta voce.)
...strano...stranissimo scritto!
Non c'è minaccia: ignota mano di
calligrafo
novera anzi amore di ben strane figure:
senza un nome, un tempo, un luogo dov'esse vissero.
Vita d'ombra è la loro! Oppure esse furono,
ma innominate volle il cauto amanuense?
Era parte di un diario questo scritto acefalo;
pure suona preannunzio di eventi futuri:
"... fece sì che sfuggendole di mano il plico
cadesse in acqua provvida, da cui l'estrasse
per violarlo, dal gesto, suo complice, indotta..."
Ma questo passo dice caso or ora occorso!
"...presa d'altro amore, ella ambiva l'Altro" (l'altro?)
"…non più il proprio marito, il quale sospettando…"
Con fosco commiato s'interrompono i fogli,
ma il resto, assente, altrove prosegue, svelando...
Notti or sono (fu il vento violento a svegliarmi),
vagando insonne al buio di stanze sonore,
udii svolare in biblioteca cosa lieve,
sospinta, pensai, da flusso d'aria intrusiva;
dentro, scorsi a terra, unica in vista, una lettera,
fulgida al chiarore della lampa: era simile...
La raccolsi e tenni a lungo fra mani inerti,
solo intenta all'urlìo dell'aere, intorno e lungi:
non avvertii arcano o forse la. bufera
indusse a non sentire che la notte ostile.
Andando alla finestra per serrar le imposte
(reggevo il lume e in altra mano quella lettera),
baluginò sui vetri, al culmine del turbine,
riflesso di aliena grafia, mai vista prima,
della busta bianchissima contro le tenebre.
Evitai di guardare com'era la lettera:
l'insonnia e quel vento spiegavano già tutto...
Tornai poi nella stanza e presi alfine sonno.
Fu allora che vidi di nuovo quella Lettera…
(La nebbia ancora opprime i vetri della
biblioteca; il durare è senza corso sullo sfondo del
giardino spettrale). |