Testo affidato alla
voce recitante
Davide Anzaghi
Il Labirinto di Sangue
In una
sera d’autunno mi trovai a passare per un antico borgo,
inerpicato sulla collina. Entrai nell’unica locanda
che offriva ospitalità per la notte. Nella penombra
della taverna alcuni valligiani ascoltavano un vecchio. Il
malfermo narratore aveva cominciato additando un punto della
grande pianura sottostante: là era esistita - ora soverchiata
dall’invasiva boscaglia - una solitaria villa, attorniata
da un labirinto...
Ascoltai.
Soltanto a notte inoltrata le labbra del vegliardo tacquero.
Si allontanò dagli ammutoliti ascoltatori e con passo
lento scomparve nel silenzio del borgo.
Il racconto che segue è pallida replica di quello narrato
dall’insonne.
*
«All’alba di un giorno
di fitta nebbia iniziò l’edificazione della villa
e del labirinto circostante. Eterogenei materiali furono trasformati
da un architetto e da uno stuolo di giardinieri e muratori
in aberranti geometrie.
«Al centro del labirinto conducevano
i tortuosi percorsi che l’artefice e i suoi uomini andavano
costruendo. Corridoi di fitte siepi sempreverdi s’intersecavano
in crocicchi d’innumerabili diramazioni e talora s’aprivano
a prospettive di fallaci sbocchi verso l’esterno.
«Dal tronco di una secolare
quercia si dipartiva una stretta scala discendente la quale,
facendo repentino angolo dopo sette sdrucciolevoli gradini,
s’immergeva in un profondo stagno, che l’artificio
aveva occultato. Finte rovine effondevano un’eco che
si animò quando la voce dell’architetto ordinò
la collocazione di massi e muri muscosi con ingannevole staticità.
«Altrove, facili e pervi sentieri,
soavemente ombrosi, conducevano a elevati eremi, dove una
panchina consentiva riposo e riflessione. I ghirigori del
sole fra le aiuole, la caldura dolcemente elusa, il luminello
delle erbe rugiadose e soleggiate, e, verso l’imbrunire,
il volo dell’atropo crepuscolare confortavano colui
che sostava. In prossimità di tali miti luoghi erano
celate insidie esiziali che la quiete del posto induceva a
non presagire.
«Ma la vigilante popolazione
del borgo presentiva l’orrore di quelle trame floreali.
Ed ebbe conferma della temibilità del labirinto quando
uno dei giardinieri (giardinieri e muratori erano tutti forestieri),
contravvenendo a rigidi divieti, raggiunse il borgo e vi si
trattenne la notte, disertando le carrette che erano partite
al tramonto, al termine dei lavori, con i compagni di fatica.
Raggiunto dall’ebbrezza del vino, che la curiosità
dei valligiani mesceva copioso, l’incauto rivelò
frammentari segreti di quella ragnatela di fronde: a suo dire
posta a tutela di una tomba vuota. L’indomani il giardiniere
fu trovato morto, trafitto da un pugnale.
«Una fantasmagorica festa
inaugurò la villa. Alla luce di miriadi di lanterne
- che della luna consenziente assecondavano il chiarore -
lietezza, euforia, libagioni, amplessi, nella villa principiati,
sui prati ancora tiepidi progredirono. Albeggiava quando nel
labirinto si addentrarono alcuni ilari invitati i quali scomparvero
nell’ordito: dalle case del borgo i cannocchiali li
rivelarono ignari piuttosto che consapevoli; ospiti piuttosto
che prigionieri; spontanei piuttosto che costretti. Le mortali
insidie e l’eco delle precipitanti vittime si destarono
allora per la prima volta.
«Il labirinto - dal quale
mai si vide uscire alcuno - turbò lungamente la fantasia
delle pavide sentinelle le quali non osarono conclamare la
sparizione dei sacrificati, al silenzio indotte dall’altissimo
rango del dominatore di quel luogo. D’improvviso, durante
un’eclisse di sole, la villa e il labirinto furono abbandonati
e da allora negletti.
«Col tempo si vide il dedalo
perdere progressivamente la nettezza dei suoi contorni. Una
pervasiva vegetazione spontanea invase le piste un tempo percorse
da vittime errabonde. Nell’immenso meandro crebbe ogni
sorta di fiori, alberi e arbusti. La molteplice simmetria
del labirinto si corruppe, trasformandosi in bosco. Più
tardi il bosco divenne fitta e inaccostabile macchia.
«A queste degradazioni guardavano,
rassicurandosi, gli abitatori della collina, i quali si familiarizzarono
con l’immagine della sottostante e tenebrosa boscaglia,
che, proliferando, si sovrapponeva sempre più intricata
agli antichi giardini mirifici a al periplo funerario d’un
loro distretto.
«Ancorché non più
discernibile, il labirinto si ridestò, maligno, allorché
un cacciatore forestiero, superate le rugginose recinzioni
per inseguire la sua preda, scomparve fra la vegetazione,
senza fare più ritorno alla locanda del borgo, dove
la sera innanzi aveva preso alloggio. Dopo la sparizione i
valligiani immaginarono l’inviluppo ancora più
temibile; e l’abbandono del labirinto di sangue fu creduto
il mezzo perfido con il quale sacrificargli più casuali
vittime.
*
Ho narrato il caso - così come
mi fu consegnato dalle labbra del superstite - nella speranza
di potermene emancipare. Ma potrò mai davvero affrancarmi
dall’ossessione del cruento labirinto?
Nel lento e dilatato incedere delle ore notturne, rivado spesso
a quella vicenda e talora presagisco il senso di essa. D’improvviso
mi si appesantiscono le palpebre e un subitaneo sonno mi pervade.
Ma dopo l’effimera durata di un sospiro, un sussulto
mi desta. Inquieto e immemore di quel segreto che un istante
prima mi parve di poter cogliere, il caso torna nuovamente
ad assillarmi, non risparmiando le restanti ore che mi separano
dall’alba. |