EGOPHONIE
per orchestra da camera
operapremiata al Concorso di Composiz. “G. F. Malipiero”
di Treviso del 1974
grado di difficoltà: medio
durata: 13’ ca.
anno di composizione: 1974
I esecuz.: Milano, Angelicum, 3.2.1975 - dir. M. Panni
Edizioni Suvini Zerboni, Milano
(le parti sono disponibili a noleggio)
(2.2.2.2. - 2.2.0.0. - Pf. - Vibr. e Xymar. [1 es.] - Tp. –
1 Perc. [3 Trg., 5 Tbl., 3 Wbl., Tamb., 3 Ps.,
3 Tt., Cp., 4 Bg., Glock., Crot., Gc., Hihat, M., Mr., 3 Campanacci,
Tab., Tot., Cv.] A.: 11.0.4.3.2.)
oppure:
(3.3.2.2. - 2.2.0.0. - Pf. - Cel. - Vibr. e Xymar. [1 es.] -
Tp. - 2 Perc. [come sopra] – A.: 22.0.8.6.4.)
esiste una registrazione live della radio francese
OPERA DEPOSITATA ALLA SIAE
Il
titolo del pezzo ne addita il carattere massimamente soggettivo.
Egophonie potrebbe pertanto essere tradotto con Suoni dell’Io.
Pur tuttavia il brano, ancorché anfora colma del deflusso
dell’Io, non si colloca in una prospettiva “espressiva”,
comunemente intesa. Due aspetti connotano la composizione:
il controllo degli “ugelli” attraverso i quali
defluisce l’invenzione e il ricorso agli aspetti non
enfatici della “retorica” scelta per dare voce
all’Io. Se Egophonie è uno sfociare dell’Io;
se la foce è un ramificato delta come si può
parlare di un Io effusivo se tanti sono gli argini che ne
incanalano il flusso?
Nello scrivere il pezzo l’autore avvertì che
la scrittura era dettata da istanze soggettive ma che parimenti
altre istanze la sospingevano verso formalizzazioni che ne
equilibrassero le effusioni.
Il brano si apre con un’acusticità subliminale
aleggiante perplessa fra fremiti notturni e vibrazioni aurorali.
La soffusa sonorità iniziale che dal silenzio sorge
si protrae sino alla misura 12 compresa. A decorrere dalla
battuta 13 la trama sonora diviene vibratile e frenetica ma
della frenesia delle ali fruscianti nell’aria, dello
stormir delle foglie. Suoni, questi ultimi, filtrati da un
Io che li capta come acustica quiete. Le scrittura successiva
s’increspa vieppiù: fibrillazioni sonore, parossistici
palpiti e taciti aneliti la pervadono. Tutto questo si consuma
al “centro” della composizione. Successivamente
fantasmi sonori sorgono, insorgono, assurgono a plastici eventi,
presto riassorbiti dal silenzio primigenio. L’Io di
questo pezzo sussurra la propria presenza con discrezione.
Il pezzo non si conclude. S’interrompe. Soltanto l’ottimismo
della volontà può presumere di porre fine ad
alcunché.
Di Egophonie Mario
Pasi ha scritto su Il Corriere Della Sera del 5.2.1975:
«…Egophonie di Davide
Anzaghi…non concede nulla alle forme e ai prestigi,
Egophonie è un brano di estremo rigore, di estrema
concentrazione spirituale, e tale qualità fa sì
che sia credibile e accettabile anche da parte di chi detesta
le alee e le ambiguità della musica contemporanea.
Dall'inizio così sottile, così distillato, si
sviluppa un discorso che, consciamente o no, si nutre di succhi
asiatici: il variar dei colori, l'indecisione ritmica e tutte
le finezze di scrittura di Anzaghi ci portano poi a una specie
d'Impressionismo astratto, fatto di atmosfere e di simboli.
Gli strumenti sono dominati da Anzaghì…Egophonìe
asprime una concentrazione nell'Io, una macerazione tutta
interiore dei sentimenti».
Di Egophonie Rubens Tedeschi ha
scritto su L’Unità:
«Delle due novità, la
prima intitolata Egophonie dà un nuovo saggio della
eleganza di lettura di questo Anzaghi, impegnato a recuperare,
non senza gradevoli risultati, i moduli della recente avanguardia
…».
Di Egophonie Guido Piamonte ha
scritto su il Giornale del 4.2.1975:
«Sul piano pratico si dirà
che Egophonie, oltre il cabalistico titolo, è un lavoro
scritto con elegante grafia, nel frusciare di atomistiche
sonorità e di calibrature sottili; che nella sua ricerca
di atmosfera si apparenta…con talune espressioni dell’americano
Morton Feldman…».
Di Egophonie La Notte (a firma
c. m. c.) del 4.2. 1975 ha scritto:
«Il pezzo di Anzaghi (compositore
non ancora quarantenne che ha totalizzato quattro premi internazionali)
può essere eseguito per orchestra da camera (come ieri)
quanto per orchestra sinfonica. È una pagina che, pur
essendo atonale, oseremmo definire lirica per il suo andamento
liquido, quasi pastorale. Questo, beninteso, inquadrato in
un linguaggio al di fuori da ogni regola classica».
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