AUSA
per grande orchestra
(opera vincitrice del Concorso “Olivier Messiaen”,
1973)
grado di difficoltà per l’orchestra: medio-alto
durata: 16’ ca.
anno di composizione: 1973
I esecuz.: La Rochelle, Festival, 5.7.1974 – orch. ORTF,
dir. G. Amy
Edizioni Suvini Zerboni, Milano
(le parti sono disponibili a noleggio)
(5.3.4.3. - 4.3.3.1. - A.: 30.0.12.10.8.)
esiste la registrazione live della Radio francese e della RAI
italiana
OPERA DEPOSITATA ALLA SIAE
Al principio del pezzo e per la durata della loro combinatoria estinzione, tutte le combinazioni possibili con le 3 note cromaticamente contigue dell’intervallo di seconda maggiore, con le 4 note cromaticamente contigue di quello di terza minore, con le 5 note cromaticamente contigue di quello di terza maggiore e con le 6 note cromaticamente contigue dell’intervallo di quarta giusta sono proposte: alla stregua di cluster “melodici”. Le combinazioni ottenibili dal numero crescente delle note coinvolte dai predetti intervallii
sono le seguenti: 3 (3x2x1=6); 4 (4x3x2x1=24); 5 (5x4x3x2x1=120);
6 (6x5x4x3x2x1=720). Su tale combinatorio e cinereo fondale
– un plumbeo cielo consente pensieri che l’azzurro
sconosce – effimeri fantasmi acustici si animano. Dapprima
levitanti dal bigio sfondo permutatorio (le 6 altezze cromaticamente
presenti nella quarta giusta, producendo 720 combinazioni,
perdurano per 6’ ca.), quegli eventi, fugaci apparizioni nella prima parte del brano, ritornano,
dopo la consumazione di tutte le combinazioni, nella parte seconda. Nel corso della quale sono inseriti
in un contesto altro che li connette formalmente. Nella prima erano
irrelati.
Con il gioco combinatorio suddetto, l’autore non ha
inteso esercitare alcuna lusinga numerica. Nel proporre, ad
apertura di Ausa, tutte le combinazioni descritte il compositore si dotò di un fondale neutro sullo sfondo del quale svettassero eventi effimeri di labilissima consistenza. L’avere elaborato il fondale con rigore matematico è tributo pagato al pitagorismo dell’autore ma estraneo al thrill del pezzo. Si sospetta che il “matematico” Iannis Xenakis (uno dei componenti la giuria del Concorso Messiaen, insieme a Ligeti, Lutoslawsky e lo stesso Messiaen) abbia sorriso dell’ambigua componente matematica di un pezzo che matematico non è. Ausa o della Memoria dovrebbe essere il titolo. Il suo ombroso versante essendo l’oblio. Anche il titolo ne fu coinvolto.
Ad Asolo moriva G. F. Malipiero. Asolo: l’autore ricordava confuse etimologie elargite da turistici opuscoli. Grazie ad una regressione etimologica – guidata dal Devoto – Anzaghi pervenne alla mediterranea parola Ausa. Dopo la ricerca la parola fu dimenticata. L’autore aveva esigue speranze di rievocarla. Ultima di una catena etimologica, bisognava ricostruire tutti gli anelli intermedi per risalire alla “fonte”. Solo la progressiva ricostruzione mnestica consentì il rinvenimento dell’arcaica parola Ausa che sulle sponde mediterranee anticamente significò “fonte”. Un simbolo di buon auspicio per chi si avventurava nei labirinti della creatività.
Martine Cadieu ha scritto su Combat
di lunedì 8.7.1974 dopo la prima esecuzione assoluta
di Ausa :
«Un’altra memoria più
labirintica e la cui sottigliezza è vicina alla poesia
(non ci si stupisce che l’autore sia attratto da Borges
e voglia scrivere un’opera ispirata ad uno dei suoi
racconti): l’italiano Davide Anzaghi riceve il Premio
Olivier Messiaen: Ausa. Mentre Anzaghi scriveva Ausa, Gian
Francesco Malipiero moriva. Abitava ad Asolo. L’etimologia
di Asolo deriva da Ausa, “sorgente”. In questa
musica fluida, fuggente e tuttavia ostinata nel trattenere
l’impercettibile, Anzaghi trova un segreto: “questi
avvenimenti, scrive, sono ripresi dal gioco ambiguo della
memoria; gioco crudele nel quale la memoria non riconoscerà
più ciò che le è stato offerto”.
Creazione. Gilbert Amy dirige l’Orchestra filarmonica
dell’ORTF. Inizio fremente dei violini, incolori, vortice
leggero, tenace, sempre più intenso. Cinque clusters
a tre, quattro, cinque e sei altezze, si riuniscono. I glissati,
le sovrimpressioni giocano nella trasparenza. Cinque, sei
musicisti. Assenza di percussioni. Esili “mobili”,
costruzioni effimere, una raffinatezza estrema nell’irregolarità,
l’imprevedibile, l’irrazionale. È una specie
di sogno ambiguo, a metà strada tra la luce e l’ombra
che a volte ricorda Ligeti. La brevità dei momenti
musicali li rende preziosi».
Di Ausa, Mario Messinis ha scritto
su Il Gazzettino del 5.10.1976, in occasione dell’esecuzione
al Teatro la Fenice di Venezia:
«Davide Anzaghi, milanese,
quarantenne, è venuto solo di recente alla ribalta
come compositore. Ha vinto a Treviso il concorso di composizione
nel '71 e subito dopo, nel '72, è stato eseguito un
suo lavoro al festival della Biennale, nell'ambito di un concerto
dedicato a Franco Donatoni e alla sua scuola. Anche ad Anzaghi,
di conseguenza, è stata applicata l'etichetta di “donatoniano”.
Ora nel pezzo sinfonico presentato alla FenIce, intitolato
enigmaticamente Ausa, di Franco Donatoni non esiste la benché
minima traccia. Semmai Anzaghi ha altre ascendenze, o, più
esattamente, altri punti di riferimento (non di linguaggio,
ma di tono) nell'ambito della nuova musica; le atmosfere di
Ligeti, la elegante decorazione di Niccolò Castiglioní
(un maestro da riscoprire) o qualche spaziatura del tempo,
incline all'estasi ipnotica, propria di certa nuova musica
americana (pensiamo, per esempio, a un Morton Feldman).Anche
questo lavoro ci ripropone le delicate calligrafie dei compositore,
inserite però in un contesto musicale 'aperto', che
contribuisce a prolungarne la risonanza e anche a caricarle
di mistero. L'interesse di Anzaghi è volto verso un
fine estetismo, che si compiace, nella prima parte del lavoro,
di fissità inerti e di coaguli materici solcati da
fantomatiche 'apparizioni' timbriche. Ma il pezzo si definisce
proprio là dove (come nell'epilogo) il discorso si
dirada e ricerca una spazialità ampliata, che rompe
la normale misura del tempo musicale. Una musica du 'memoria',
certo, ma forse non nel senso voluto daIl'autore in una sua
nota illustrativa, questa sì bortolottian donatoniana.
Nessuna crudeltà, ma semmai l'abbandono ad un sensibilismo
orchestrale che gioca sulla lievitazione del suono e che si
consuma in una privata confidenza: siamo, dunque esattamente
agli antipodi rispetto all'abbandono al materiale e alla minerale
durezza dell'orchestra di Donatoni. Una soggettività
pensosa emerge con chiarezza in questo suggestivo pezzo».
Di Ausa Enzo Beacco ha scritto:
«In una antica lingua mediterranea,
che il Devoto non riesce a precisare ulteriormente, “ausa”
avrebbe avuto il significato di “fonte”, di “sorgente”.
Ad Anzaghi - musicista per lunga tradizione familiare ed egli
stesso insegnante al Conservatorio di Milano, ma giunto alla
composizione relativamente tardi, e non senza travaglio -
quel nome, misterioso eppure significante (e la fonte può
essere intesa anche, in senso metafisico, come nascita, giovinezza,
spontaneità, flusso cristallino e ininterrotto), trovato
per caso, parve di buon auspicio come titolo per il proprio
primo lavoro per grande orchestra, realizzato con faticata
e puntigliosa applicazione.
Il rapporto fra titolo e fatto musicale si ferma però
qui. La costruzione del pezzo segue invece una logica del
tutto astratta, musicale e matematica nello stesso tempo,
come si cercherà qui di illustrare, almeno per sommi
capi.
Ausa nasce da esigenze puramente armoniche. Fin dagli inizi
della sua attività compositiva, Anzaghi si pose il
problema di evitare sovrapposizionì di ottave, cosa
facile finché la scrittura di un lavoro prevede fino
a dodici parti reali, impossibile se tale numero viene superato.
Scrivendo per un numero di parti superiori, Anzaghi ritenne
di poter svuotare il significato di quell'incontro inevitabile
aggregando ulteriori intervalli di semitono e di tono attorno
alle note “in ottava”, costruendo cioè
dei cluster. Anche la fissità di tanti cluster non
parve soluzione adeguata e, con Aulografia per flauto solo,
fu sperimentata la trasformazione del cluster dalla fissità
sincronica alla articolazione diacronica, cioè distribuita
nel tempo, ricavabile per scomposizione dei singoli intervalli
che costituiscono il cluster secondo i metodi del calcolo
combinatorio.
In Ausa il procedimento si applica a quattro cluster distinti,
provenienti da altrettanti ambiti formati rispettivamente
da 3, 4, 5, 6 semitoni (meglio sarebbe dire 3, 4, 5, 6 suoni
cromaticamente contigui). Il numero delle combinazioni possibili
è facilmente ricavabile dal calcolo (è il fattoriale):
6, 24, 120, 720. La prima parte di Ausa espone linearmente
questo materiale costituito da quattro gruppi di suoni e loro
permutazioni. Sono i flauti e i clarinetti che vengono investiti
della cosa mentre gli archi (divisi in quattro sezioni ognuna
relazionata agli altrettanti ambiti) si limitano ad accompagnare,
a formare una specie di fondo bianco. Man mano che le possibili
permutazioni si esauriscono, i gruppi, espositivi e accompagnanti,
tacciono. Naturalmente il primo a scomparire sarà quello
che ha solo 6 permutazioni possibili, l'ultimo quello con
720. Nel corso della stesura materiale della composizione,
l'autore incorse però in banali errori di traduzione
del metodo matematico, per definizioni rigoroso, autoimposto.
L'errore venne corretto, ma in corrispondenza ad esso fu posto
una specie di segnale: un intervento degli altri strumenti
dell'orchestra, in funzione di epigrafe. Terminata l'esposizione
- se cosi si può chiamare - del materiale, il lavoro
ripropone, ín ordine rigoroso di apparizione, i segnali
di errore precedentemente utilizzati, collegati fra loro da
transizioni e integrati da altri substrati musicali che dovrebbero
impedirne il riconoscimento automatico. Ciò senza escludere
la possibilità di una sensazione di “già
ascoltato”.
Concludendo, si può affermare che nella partitura coesistono
il rigore conseguente a precise regole compositive autoimposte
(la scomposizione di cluster secondo criteri matematicamente
esatti) e nello stesso tempo l'imprevisto, il casuale (l'errore
e sua conseguente segnalazione). Così non si può
parlare di “struttura formale” e neppure di “aleatorietà”
e come non ha senso cercare “significati” e “valori”
estranei alla fisicità sonora che la partitiira esprime».
Di Ausa il Corriere della
Sera del 22.2.1976 (a firma Mario Pasi) ha scritto:
«Ausa è un lavoro complesso,
un po’ da scienzato. Rientra in quella corrente produttiva
molto raffinata e cerebrale che potrebbe essere chiamata la
“scuola del rifiuto”. Essa sottintende, certo,
la volontà di eludere ogni legge e ogni anti-legge
e presuppone una bravura eccezionale. Ma alla fine la iconoclastia
approda all’arabesco, Anzaghi sta al gioco fino a un
certo punto, poi si lascia sedurre dalle possibilità
di sbagliare i calcoli musicalmatematici. E dall’errore,
consciamente o no, nasce la vita
Il ricco materiale anzaghiano è stato trattato con
mano maestra da Sanzogno…».
Di Ausa l’Unita del 22.2.1976 ha scritto:
«La novità (per l’Italia)
era Ausa di Davide Anzaghi, una pagina la cui concezione sonora
appare come immersa in quella sorta di pallida e statica atmosfera
che caratterizza anche altri lavori di questo autore: un clima
di reticente sospensione dove pure si avvertono accenni di
carattere discorsivo.
A renderli più evidenti qui contribuisce la chiarezza
della struttura complessiva, ove certi eventi sonori della
prima parte del pezzo emergono nella seconda in un contesto
diverso…».
In occasione dell’esecuzione
al Teatro Comunale di Firenze (diretta da Michael Tabachnik)
La Nazione ha scritto di Ausa:
«La dimestichezza di Tabachnik
con la musica contemporanea è emersa, come già
si è detto, nella novità (per Firenze) di Ausa:
Anzaghi è senza dubbio un finissimo manipolatore di
atmosfere sonore, e qui sembra inserirsi in quel vasto filone
del neoimpressionismo che è sbocciato, qualsi per un
bisogno di arcane dolcezze e di espliciti bisogni emotivi,
sulle aride radici dello sperimentalismo e della Nuova Musica.
E si capisce che un pezzo come questo possa essere piaciuto,
quasi per il suo valore di sintomo, a musicisti come Ligeti,
Xenakis e Messiaen che lo hanno premiato».
In occasione dell’esecuzione
di Ausa al Teatro Comunale di Firenze (diretta da Michael
Tabachnik) Marcello de Angelis, su l’Unità del
4.11.1978 ha scritto:
«Anche Ausa di Davide Anzaghi
(in prima per Firenze e risalente al 1973) – pezzo contemporaneo
scelto per l’occasione – veniva collocato nella
giusta dimensione linguistica, che è poi direttamente
mutuata da Messiaen (il mondo della natura) ma con accentuati
caratteri di sofferta malinconia. La partitura si dipana,
infatti, come un “notturno” disteso su un vellicante
tappeto di suoni sommessi e ovattati che ritornano a ondate
successive. Lo schema ripetitivo (ma non ossessionante) è
quasi sussurrato da legni e ottoni con improvvise impennate
del flauto, che misurano il tempo secondo rapide scalette
vibrate o scandite. Un effetto addirittura surreale che Tabachnik
(e l’orchestra in ottima forma) ha saputo imprimere
con coerenza e attenzione fino all’ultima nota della
partitura».
In occasione dell’esecuzione
al Teatro Comunale di Firenze (diretta da Michael Tabachnik)
Gilberto Costa su Paese Sera ha scritto di Ausa:
«Seguiva Ausa, un brano di
Davide Anzaghi in prima esecuzione a Firenze: con esso l’autore
si assicurò nel 1974, la vittoria alla prima edizione
del premio “Olivier Messiaen”, ed è oggi
lui stesso ad illustrarne la fisionomia, con una breve nota
pubblicata nel programma di sala: in essa – circostanza
invero singolare – si “paventano guai” a
causa di un riconosciuto e perdurante grigiore fonico di fondo,
si allude ad una temperie ideale ove si alternano tedio, solitudine,
depressione; ciò senza far cenno, “en passant”,
alle varie centinaia di combinazioni in cui pochi suoni base
vengono ripresentati durante il decorso della composizione.
Di fatto, il lavoro è apparso redatto da mano sicura,
e per più versi interessante…».
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