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AUR'ORE
per coro misto e orchestra
su testo latino di Publio Papinio Stazio (c. 45-96 d. C.)
grado di difficoltà delle nove parti corali: medio-alto
grado di difficoltà per l’orchestra: medio
durata: 23’ ca.
anno di composizione: 1975-1976
prima esecuz.: Milano, RAI, 4.2.1977 - dir. A. Markowski
Maestro del Coro: Giulio Bertola
Orchestra e Coro della Rai di Milano
Edizioni Suvini Zerboni, Milano
(le parti sono disponibili a noleggio)
(3.3.4.3 - 4.3.3.1. - Pf./Cel. - Vibr. - Tp. - 3 Perc. [Mr.,
Pt. chiodato, 5 Tbl., Tab., 3 Trg., Glock., 3 Tt., Cp., Crot.,
2 Ps., Cv., 13 G., Gc., 2 Bg., M.] - A.: 28.0.12.8.8.)
esiste la registrazione live della RAI
OPERA DEPOSITATA ALLA SIAE
Ispirata ad alcuni memorabili versi con
i quali il poeta latino Publio Papinio Stazio nel I secolo
dopo Cristo invocò il sonno (la bella traduzione è
leggibile sotto, insieme al testo latino), la composizione,
oltre ad una grande orchestra, impegna un coro misto a nove
parti: due di soprani, una di mezzo-soprani, una di contralti,
due di tenori, una di baritoni e due di bassi. Ciascuna delle
9 parti prevede almeno 8 cantori. L’organico orchestrale
è precisato sopra. L'orchestra (costituita da 56 archi,
24 fiati, tastiere e percussione) presenta un minimo di 44
parti reali: le 14 destinate agli archi proliferano talvolta
sino a 56. Coro e orchestra non sono contrapposti ma piuttosto
s’integrano e si fondono in molteplici leghe timbriche.
Nel corso della stesura di Aur’ore e ogniqualvolta il
coro riprende il canto dopo lunghe pause, l’autore si
è costantemente preoccupato affinché l’orchestra
offrisse preventive occasioni d’intonazione ai cantori
rimasti lungamente inattivi. La scrittura corale è
prevalentemente accordale e non si arresta al limite delle
nove parti. In alcune situazioni quel limite è ponderatamente
superato avendo cura di travalicarlo senza compromettere l’eseguibilità
del pezzo.
La composizione si apre con il solo coro che intona le parole: “Crimine quo merui”. Una sincronia
dotata di corona dell’orchestra separa l’incipit
corale dal successivo “parlato sottovoce” con
il quale la sezione corale maschile invoca con dizione omoritmica
il dio del sonno: “iuvenis placidissime divum”.
Le stesse parole, ora intonate, forniscono spunto ad un’ampia
sincronia del solo coro, all’interno della quale una
graduale proliferazione delle parti – che superano le
nove - ne amplifica la dimensione e il conseguente e suggestivo
effetto di esondazione acustica. Ogni parte corale reitera
una stessa nota con isocrono pulsare che allude al prorompente
battito cardiaco, ingigantito dalla notte insonne. L’accordo,
pervenuto alla sua massima densità, conosce allora
un progressivo e inverso depauperamento. Permanendo lo stesso accordo il graduale ricorso alla “bocca chiusa” di un numero crescente di parti vocali ne spegne la ridondanza sospingendola verso il tacere d’ogni recondita vibrazione. Si perviene
al silenzio al termine della battuta 22. Dopo un intervento
della percussione il coro maschile invoca al fine la parola
“Somne” con struggente desolazione.
Aur'ore è - fra quelle eseguite – una delle invenzioni
più meditate di Anzaghi. La limpidezza dell'esito musicale
(che anche la pagina testimonia) induce a credere che attraverso
la lunga riflessione, preliminare alla stesura, l’autore
abbia perseguito una consapevole semplicità. Permane
in Aur'ore la complessità della tecnica, ma ricondotta
al suo essere mezzo.
Un grande affresco sinfonico-corale dedicato al Sonno (ad
un sonno che disdegna colui che lo invoca) ha una sua peculiare
riottosità nei confronti di una retorica enfatica e
iperbolica. Anche se l’impietosa insonnia è insostenibile tormento, le sue piaghe non sanguinano. Nella notte - solo
per altri quieta - non s’odono le grida dell’insonne.
Se il Sonno, negandosi, dispensa torture; se l’insonnia
non procura la morte ma rende la vita indegna d’essere
vissuta; questi patimenti ammettono il solo sconfortato sussurro.
Il buio e il silenzio sono l’anfiteatro di una lotta
senza moto e senza clangore. La musica vi si deve adeguare
eludendo i drammatici madrigalismi e inclinando verso l’elegia.
Sacrifici cruenti non sarebbero graditi ad un Dio elargitore
di vitale obnubilamento. Solo doni discreti possono essere
deposti ai suoi piedi.
I diciannove versi della fulgida insonnia del favorito di
Domiziano si offrirono all’ autore mentre stava sviluppando
un'idea: alla “espressività” della musica
non giova il vigoroso attingere alle fonti deputate del patos.
Al contrario reticenza, allusività attenuati palpiti e sussurri possono rendere davvero “patetica” una siffatta musica. Per essere ascoltati non occorre alzare la voce bensì abbassarla: l'Altro, se interessato, tenderà l'orecchio e il dialogo sarà davvero.
L’autore cercava l’”espressione” con
i mezzi che massimamente la celassero pur senza negarla (si
cela il dono più prezioso, quello che non è
dato offrire senza rossore).
Il poeta latino si apprestava ad invocare ciò di cui
era disperatamente privo e componeva un soave apologo delle
oniriche, auree ore che precedono le aurore.
Di Aur’ore Rubens Tedeschi
ha scritto su L’Unità del 6.2.1977:
«Il lavoro del milanese Anzaghi,
terminato recentemente, vuole essere invece, come egli dichiara,
un’evasione da questo mondo di “vertiginosa complicazione”,
verso una “consapevole semplicità” in cui
l’espressione esista, pudicamente celata. Questi propositi
si realizzano in effetti in una vasta composizione intitolata
Aur’ore, in cui il coro intona una ventina di versi
del poeta latino Publio Papinio Stazio, vissuto nel primo
secolo dopo Cristo, caro all’imperatore Domiziano e
più tardi a Dante che lo incontra nel Purgatorio. Di
questa poesia, in cui si invoca il ristoro pacificatore del
sonno, Anzaghi ci dà attraverso la voce e gli strumenti
il clima sospeso e lento, sfruttando le tecniche più
moderne (come la moltiplicazione delle parti che produce un
diffuso alone impressionistico), ma recuperando, dentro questo
clima, un gusto tonale assai preciso. Non v’è
da stupire che, per questa via, egli incontri i cori di Dallapiccola.
Ciò non toglie nulla alla suggestione del lavoro che,
eseguito con grande impegno e qualche approssimazione dai
complessi della radiotelevisione, è stato vivamente
applaudito, coll’autore chiamato alla ribalta».
Di Aur’ore il Corriere della
Sera del 6.2.1977 ha scritto:
«Infatti la direzione di Markovski
è apparsa abbastanza discontinua, e decisamente in
calando (come tensione) nella zona finale della serata. L’orchestra
è precipitata sovente nell’approssimativo imitata
dal coro di Giulio Bertola che pare lontano oggi, dallo smalto
dei bei tempi.
Chi ha fatto le spese di questa situazione è Davide
Anzaghi, autore del nuovissimo Aur’ore per coro e orchestra.
È un lavoro, questo, molto mite e raffinato che a lungo
ci porta in un mondo di voci-campane; i versi di Publio Papinio
Stazio servono ad Anzaghi per creare un mondo elaborato con
squisite alchimie, con qualche richiamo a meditate arcadie
e qualche concessione al “consumato”. Ma nei fatti,
buona parte del mistero si è dispersa nella parte centrale,
mentre il finale (delicatissimo) è stato risolto in
modo penetrante».
Di Aur'ore Enzo Beacco ha scritto:
«Aur'ore è il lavoro
più recente (è stato completato pochi mesi fa)
di Anzaghi, un compositore che ha iniziato a comporre solo
nel 1970 e che pure ha già conquistato una funzione
di rilievo nel panorama della musica contemporanea attuale.
I frequentatori dei Concerti sinfonici del Conservatorio ricorderanno
che nel corso della stagione scorsa è stato eseguito
il suo pezzo Ausa; gli appassionati di musica moderna ricorderanno
anche Limbale (1973), Riturgia (1972), Egophonie (1974), tutti
per orchestra ed eseguiti a Milano.
Il pezzo che viene presentato oggi in prima esecuzione assoluta
è il più impegnativo finora scritto da Anzaghi,
il primo che richiede la presenza di un coro e, genericamente,
di voci, in coerenza con un processo evolutivo che si propone
come prossimo obiettivo la realizzazione di un lavoro teatrale».
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| Testo latino
utilizzato per la composizione di AUR’ORE
Publio
Papinio Stazio (c. 45-96 d. C.)
(Silvarum Liber V, IV)
Crimine quo merui, iuvenis placidissime divum,
quove errore miser, donis ut solus egerem,
Somne, tuis? Tacet omne pecus volucresque feraeque
et simulant fessos curvata cacumina somnos,
nec trucibus fluviis idem sonus; occidit horror
aequoris, et terris maria adclinata quiescunt.
Septima jam rediens Phoebe mihi respicit aegras
stare genas, totidem Oetaeae Paphiaeque renident
lampades et totiens nostros Tithonia questus
praeterit et gelido spargit miserata flagello.
Unde ego sufficiam? Non si mihi lumina mille,
quae sacer alterna tantum statione tenebat
Argus et haud umquam vigilabat corpore toto.
At nunc heu! si aliquis longa sub nocte, puellae
brachia nexa tenens, ultro te, Somne repellit,
inde veni nec te totas infundere pennas luminibus compello
meis (hoc turba precetur laetior): extremo me tange cacumine
virgae: sufficit, aut leviter suspenso poplite transi.
Per quale colpa, o giovane placidissimo dio,
o per quale errore ho meritato misero, di esser privo, io
solo dei tuoi doni, o sonno? Tacciono le greggi, gli uccelli
e gli animali feroci, e le curve sommità dei monti
danno l'immagine di uno stanco sonno; nè i fiumi travolgenti
hanno il solito rumore; il mare si è placato e le acque
riposano adagiate sulla terra. Già la settima luna
tornando mi ha sorpreso con le palpebre sofferenti; tante
volte il sole e venere riaccendono il loro splendore, altrettante
volte l'aurora passa oltre i miei lamenti e misericordiosa
disperde la gelida notte. Donde prenderò forza? Nemmeno
se avessi mille occhi, che il sacro Argo manteneva in alterna
vigilanza e non stava mai sveglio con tutto il corpo. Ed ora
aihmè! se qualcuno nella lunga notte, o sonno, ti respinge
tenendosi strette le braccia di una fanciulla, vieni a me,
e non chiedo che tu voglia scuotere sui miei occhi tutte le
tue penne (ciò chieda una folla più di me felice):
toccami con l'estremità della bacchetta, è sufficiente,
o perlomeno passa oltre lievemente in punta di piedi. (Traduzione
di Nennele Ballista) |
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